L'alimentazione era legata alle stagioni, alla flora locale e perciò al reperimento delle materie da elaborare.
Si utilizzavano
tutte le erbe del prato per insalate, frittate, minestre; il pane era, ed è, alla base di gran parte degli alimenti. Abbiamo così la
minestra di pane, la pappa, l'acquacotta, la panzanella, la ribollita, i crostini con carne e con verdure, il dolce di pane e mele
e così via.
Le erbe più comunemente usate per le frittate sono la Vitalba (Clematis vitalba) Gli Strigoli o Stridoli (Silene vulgaris) il luppolo ()
il "Pisciacane" o Tarassaco, spesso usate insieme per cui si diceva semplicemente "la frittata con le erbe".
La "spoglia" cioè i maccheroni, si facevano anche solo con acqua e farina, nelle stagioni in cui le uova erano scarse.
le basi dell'alimentazione comunque erano il pane e le minestre, per queste ultime la fantasia della massaia rappresentava una
capacità di sopravvivenza perchè tutto poteva "far minestra".
A Badia Prataglia per le feste d'inverno gli uomini usavano ritrovarsi
nell'osteria dalla "Romagnola" a consumare la scottiglia d'agnello. La ricetta badiana veniva arricchita con molto peperoncino
di modo che i commensali fossero portati a bere molto vino. Questa ricetta differisce dalla scottiglia di Stia e Pratovecchio
dove il piatto era costituito da un misto di animali di bassa corte e veniva cucinato durante le veglie nelle case private.
La "festa" era tanto più bella quanto più si tornava a casa "briachi" o "con la ciucca". Il vino era non solo cibo, ma una pseudo-droga; fino al ventesimo secolo,
rappresentava la gioia di stare insieme e poi la prova di se stesso nel superare le conseguenze. Le donne facevano figli e avevano
l'impegno di recuperare tutto ciò che poteva essere usato per cibo, si trovavano fra loro alla fontana o al "fosso" usato come lavatoio,
per le donne non esistevano altri momenti di socializzazione se non quelli legati alla funzioni religiose.
Le castagne, a certe altitudini, erano veramente il "pan di legno" per dieci mesi all'anno. La loro raccolta era lasciata in gran parte alle
donne, ai bambini, agli anziani;
ma il bosco dava tanti altri prodotti alimentari: erbe, funghi, bacche (more, fragole, lamponi, sambuco) e frutti selvatici
(mele, pere ,sorbe).
Il Casentinese, e specialmente quello dei paesi di montagna, amava "mostrarsi", fare cose speciali o fuori
dal comune... a Pasqua, fino a qualche decennio addietro, per esempio, venivano ricoverate all'ospedale di Bibbiena
diverse persone sofferenti
per aver mangiato "panina" (un pane dolce con spezie, strutto e zafferano) e venti o trenta uova sode: si cercava
infatti di fare il primato del mangiatore di uova sode.
Altra prova per entrare nella società degli adulti si aveva a Carnevale quando giovanissimi (dai tredici anni) si ubriacavano con vermouth, vinsanto o cognac, fino a star male.
Era un pò come fare la Cresima in Chiesa o la "prova" usata dai primitivi per entrare nel mondo dei "grandi".
L'uso poi di certi alimenti tipici creava i soprannomi: così i serravallini erano i patatai, i partinini lumacai,
i sociani ranocchiai, i badiani pulendai, perchè la "pulenda dolce" (polenta di farina di castagne) per mesi si faceva alla
sera e si mangiava a fette arrostitte a colazione ed a pranzo, nei casi più fortunati accompagnandola con ricotta o qualche pezzettino di carne di maiale.
Nella pianura veniva mangiato quasi tutto l'anno il pane di grano, anche se a maggio, aspettando la battitura, si macinavano tutti i semi rimasti:
vecce e semi di saggina che fino ad allora erano usati solo per gli animali: si otteneva così un pane scuro considerato più povero.
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