La medicina in passato si basava molto sull'uso delle erbe.
Ogni "massaia" sapeva riconoscere le erbe utili per la cura dei disturbi più comuni: la malva per ottenere un infuso depurante,
o per fare cataplasmi con le foglie bollite, i semi di lino per cataplasmi contro le affezioni bronchiali, la salvia per i problemi della
bocca, l'iperico per ottere un olio rosso da usare per i problemi della pelle e le scottature. Il lattice del fico e quello della
celidonia per togliere i porri. I fiori di tiglio come espettorante, i gambi di ciliegia come depurativo, il tarassaco per il fegato,
l'erba querciola come ricostituente e rinfrescante, il sambuco e la camomilla per dormire; molti di questi rimedi venivano usati anche per curare gli animali.
Ogni massaia utilizzava anche altre erbe e conservava questa conoscenza come un segreto di famiglia.
Spesso le donne (o a volte anche qualche uomo) che avevano conoscenza di queste pratiche veniva considerato strega o stregone
e tenutario di conoscenze magiche.
Molte erano le pratiche magiche seguite in Casentino, in particolare nella valle dell'Archiano,
negli insediamenti montani, dove rara era la mezzadria e più frequente la presenza del piccolo proprietario e dell'artigiano,
fino agli anni '60 si usava fare indossare al bambino come primo indumento un camiciolino di seta rossa, fatto a mano, per
proteggere il piccolo dai malefici di eventuali streghe.
Nella estate precedente al parto, era un rito preparare l'olio di Iperico che per secoli è stato l'unico medicamento per curare il "lattime"
cioè le croste che si formavano sulla testa dei bambini.
Il primo bagno al neonato, nelle famiglie che potevano permetterselo, veniva fatto nel vino rosso, per fortificarlo.
Sul pane, per secoli, la massaia incideva una croce al momento della lievitazione; questo perchè il pane
rappresenta il "corpo di Cristo",
infatti deve sempre essere appoggiato sulla tavola come è uscito dal forno, mai rovesciato.
E' chiaro qui il fondersi dell'elemento magico con l'elemento religioso e la necessità di facilitare la lievitazione incidendo la crosta
con un simbolo socialmente codificato.
Anche per la cura dei bambini la tradizione, la magia e la religione si fondevano creando varie specie di pratiche. Al piccolo, dopo
una birichinata, si diceva: "accidenti a te e a chi ti ha biascicato il boffolo" (la mela cotta).
Era infatti abitudine nutrire il neonato allo svezzamento, passando il cucchiaino nella bocca dell'adulto per assicurarsi che fosse
della temperatura giusta e per farne una prima masticazione.
Sulla cosiddetta "camiciola" (di lana di pecora riciclata perchè più morbida e fine) si cuciva il "brevicino", piccolo sacchetto di raso rosa o celeste, a seconda del sesso, con dentro
una piccola foglia di ulivo, una briciola di pane, un chicco di grano; questo sacchetto veniva fatto benedire dal sacerdote e, se
il bimbo si ammalava gravemente, veniva staccato e portato alla Madonna del santuario più vicino.
Innumerevoli sono in Casentino i luoghi di culto mariano. I siti mariani si erano spesso sostituiti a luoghi di culto pagani, quasi sempre vicini a sorgenti o corsi d'acqua, testimonianza di un culto tutto femminile e di riti legati alla maternità ed alla lattazione.
Non avere il latte era una maledizione per le madri e la grande mortalità infantile mieteva, nella prima infanzia, oltre il 50% dei bambini.
Altra pratica molto frequente, ancora a volte praticata, era far "piombare" i bachi: quando il bambino appariva pallido e disappetente
la madre, o più spesso la nonna, si recava da
qualche anziana che aveva ereditato la "scopa" cioè il dono particolare di poter risolvere alcune problematiche legate alla
salute: questa donna, pronunciando delle formule in latino maccheronico o delle formule religiose, poteva vedere se il bambino
aveva i "bachi" o "segnare" gli sforzi, gli orzaioli, il mal di reni. L'operazione di piombare i bachi si faceva mettendo del piombo
su una paletta e mettendola sul fuoco del camino; quando il piombo era fuso, veniva gettato in una bacinella d'acqua e
a seconda delle forme che il piombo assumeva nel rapprendersi, si capiva se la causa del malessere erano i bachi oppure no.
Se il piombo si presentava a piccoli frammenti, si aveva al conferma della presenza del parassita,
quindi il bambino veniva curato mettendogli al collo una "corona" di agli.
Per scoprire le cause o la presenza di una magia negativa si usava anche l'olio bollente, versandolo in un piatto pieno d'acqua, o i fondi del caffè.
Le forme che queste sostanze assumevano nell'acqua venivano lette dalla "strega" che stabiliva poi il rimedio. Spesso si consigliava di
allontanare dalla casa del sofferente una determinata persona, amica o parente, indicata come portatrice di maleficio.
Alle "streghe" si ricorreva non solo per la salute e per i figli, ma anche per le pene d'amore e per gli stati depressivi.
La strega (o lo stregone) allora misurava il suo avambraccio con una corda rossa annodata e passandola varie volte dal gomito alla mano
misurava lo "sforzo" cioè la gravità della situazione, e dava consigli sull'uso di eventuali rimedi o pozioni:
spesso consigliava un infuso di erba querciola, purificante e corroborante, uso frequente non solo per i "cristiani"
(cioè gli umani) ma anche per gli animali del podere (vacche, cavalli, asini, scrofe).
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